martedì, ottobre 04, 2011
Monologo interiore, ricordi e dolore
Io non sono matto
perché so, che non
sono matto.
Eppure matto, è chi
di essere matto
non sa, e si vanta
di non esser matto.
Forse allora matto
sono, e allora non
capisco bene,
se ritenermi matto
oppure semplice
pupazzo abbandonato
nella cassapanca.
Baule dei balocchi,
meraviglie lucenti
perle opalescenti
aurora boreale gelida
questa aurea immensa
solitudine, intorno.
Annosa solitudine,
anni passati tessendo
vanamente riannodando
quei lembi di sorriso
che mi furono scuciti
da minacciose mani.
Le stesse mani che
indiscriminatamente
monivano, vietavano
corstringevano, urlando
all'eterno silenzio,
alla vera follia.
Follia firmata su
carta autunnale, sui
moduli, arancioni come
le foglie caduche, che
negli ultimi caldi
venti volteggiavano.
Ed anche io allora
potevo volteggiare, ma
solo nell'immago, giù
da undici piani dolorosi,
colmi di disattenzioni,
note d'un concerto perso.
Tutto il resto poi fu
storia, eterno sfiorare
limiti dell'umano essere
in un disperato richiamo,
nel voler strimpellare
le sei corde ormai afone.
Nel baule dei balocchi
andavan accantonandosi
voci, volti, paesaggi,
amori inconsapevoli, ed
i Natali passati solitari:
un mazzo di carte in mano.
Ricordi racchiusi nella
plastica di libretti
fotografici, lune passate
vado contando: undici,
da quel quattro ottobre,
inizio e fine d'un orrore.
Intanto nell'errare, tutto
il mondo continuava
indifferente, a crescere,
ed io stesso, costretto,
mi trovavo a rincorrere,
la mia ombra di vita.
Finché un giorno, ancora
gettato da una vitrea
boccia, nel mare della vita
decisi, che era tempo di
cambiare, ribellarmi.
Il baule dei balocchi,
divenne caverna aurifera,
tenebre e meraviglie,
ricordi sofferenti e dolori
condivisi, un soffio di luce,
che mai potrò scordare.
Finché un giorno decisi,
nell'abbandono generale, che
più non sarei stato matto,
impugnar la vita con le mani
senza paura di ferirsi.
E furono giorni di freddo,
fumo, fuliggine, fatica, calci
familiari indifferenze, tali
che mi spinsero su un treno,
spaurito, a non saper dove finire.
Per una volta, la stazione
prescelta, fu quella della vita.
Nell'incomprensione, diffidenza,
trascuratezza e opposizione,
splendeva su me il sorriso di Ganesh
lucente, saldo, vigoroso.
Fu così che iniziai a capire,
che forse matto io non sono,
né mai lo sono stato nel cuore,
è stata solo atrocità, sofferenza,
dolore, assurdo insensato dolore,
gli occhi spauriti d'una cavia...
Eppur i segni ora permangono:
quando soffri loro ti additano,
quando vivi ti diffidano,
quando t'ignorano, tu soffri.
Ed è una costante eterna e amara.
Il baule dei balocchi, ora
sembra tutto impolverato, segno
di un passato che non tornerà
ed io, seppur contento, costretto
indosso maschere aspre, acuminate,
tra i capelli, rame, si celano lame.
Io non sono matto
perché so, che non
sono matto.
Eppure matto, è chi
di essere matto
non sa, e si vanta
di non esser matto.
Ma io non sono più,
matto, solo mi sono
racchiuso, le spine
di riccio mi avvolgono,
come riccio di castagna
matta, che un autunno
tu raccogli, speranzoso,
di non prendere un malanno,
e t'infili nella tasca.
N.d.A: non potevo non scriverla, proprio oggi, proprio in questo momento.
Arriverà mai la piena luce?
Oppure resterò un riccio chiuso, spinoso, irto, destinato alla solitudine, che anni di abbandono hanno inevitabilmente indotto?
Se volete capirmi, dovete scavare.
Ciò che sembro, ciò che paio, potrei in realtà, semplicemente, non essere.
perché so, che non
sono matto.
Eppure matto, è chi
di essere matto
non sa, e si vanta
di non esser matto.
Forse allora matto
sono, e allora non
capisco bene,
se ritenermi matto
oppure semplice
pupazzo abbandonato
nella cassapanca.
Baule dei balocchi,
meraviglie lucenti
perle opalescenti
aurora boreale gelida
questa aurea immensa
solitudine, intorno.
Annosa solitudine,
anni passati tessendo
vanamente riannodando
quei lembi di sorriso
che mi furono scuciti
da minacciose mani.
Le stesse mani che
indiscriminatamente
monivano, vietavano
corstringevano, urlando
all'eterno silenzio,
alla vera follia.
Follia firmata su
carta autunnale, sui
moduli, arancioni come
le foglie caduche, che
negli ultimi caldi
venti volteggiavano.
Ed anche io allora
potevo volteggiare, ma
solo nell'immago, giù
da undici piani dolorosi,
colmi di disattenzioni,
note d'un concerto perso.
Tutto il resto poi fu
storia, eterno sfiorare
limiti dell'umano essere
in un disperato richiamo,
nel voler strimpellare
le sei corde ormai afone.
Nel baule dei balocchi
andavan accantonandosi
voci, volti, paesaggi,
amori inconsapevoli, ed
i Natali passati solitari:
un mazzo di carte in mano.
Ricordi racchiusi nella
plastica di libretti
fotografici, lune passate
vado contando: undici,
da quel quattro ottobre,
inizio e fine d'un orrore.
Intanto nell'errare, tutto
il mondo continuava
indifferente, a crescere,
ed io stesso, costretto,
mi trovavo a rincorrere,
la mia ombra di vita.
Finché un giorno, ancora
gettato da una vitrea
boccia, nel mare della vita
decisi, che era tempo di
cambiare, ribellarmi.
Il baule dei balocchi,
divenne caverna aurifera,
tenebre e meraviglie,
ricordi sofferenti e dolori
condivisi, un soffio di luce,
che mai potrò scordare.
Finché un giorno decisi,
nell'abbandono generale, che
più non sarei stato matto,
impugnar la vita con le mani
senza paura di ferirsi.
E furono giorni di freddo,
fumo, fuliggine, fatica, calci
familiari indifferenze, tali
che mi spinsero su un treno,
spaurito, a non saper dove finire.
Per una volta, la stazione
prescelta, fu quella della vita.
Nell'incomprensione, diffidenza,
trascuratezza e opposizione,
splendeva su me il sorriso di Ganesh
lucente, saldo, vigoroso.
Fu così che iniziai a capire,
che forse matto io non sono,
né mai lo sono stato nel cuore,
è stata solo atrocità, sofferenza,
dolore, assurdo insensato dolore,
gli occhi spauriti d'una cavia...
Eppur i segni ora permangono:
quando soffri loro ti additano,
quando vivi ti diffidano,
quando t'ignorano, tu soffri.
Ed è una costante eterna e amara.
Il baule dei balocchi, ora
sembra tutto impolverato, segno
di un passato che non tornerà
ed io, seppur contento, costretto
indosso maschere aspre, acuminate,
tra i capelli, rame, si celano lame.
Io non sono matto
perché so, che non
sono matto.
Eppure matto, è chi
di essere matto
non sa, e si vanta
di non esser matto.
Ma io non sono più,matto, solo mi sono
racchiuso, le spine
di riccio mi avvolgono,
come riccio di castagna
matta, che un autunno
tu raccogli, speranzoso,
di non prendere un malanno,
e t'infili nella tasca.
N.d.A: non potevo non scriverla, proprio oggi, proprio in questo momento.
Arriverà mai la piena luce?
Oppure resterò un riccio chiuso, spinoso, irto, destinato alla solitudine, che anni di abbandono hanno inevitabilmente indotto?
Se volete capirmi, dovete scavare.
Ciò che sembro, ciò che paio, potrei in realtà, semplicemente, non essere.
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