mercoledì, ottobre 05, 2011

Le memorie di Pollicino

Sono un punto di domanda
che ha perso la sua fine
Sono come l'orizzonte, io
non trovo più confine.

Ho miniato la mia "Smemo"
assediato, e nel veleno,
ed invece di capire, loro
m'hanno urlato "Scemo, scemo".

Nel novantotto, voloevo esser qualcuno
nel duemilauno, dopo Santa Liberata
di palle di neve, ne ho prese una palata:
dal duemilauno, io non sono più nessuno.

Ora - tu - prendi la mia mano,
ed io costante, scappo invano
scusa, non è proprio rancore,
evito di toccarti per passarti il mio dolore.

Curvo come virgola, che
non termina una frase, ritto
punto esclamativo, ed anche
ho perso la mia base...

Ora che il sole è tramontato
sull'inutile passato, persa è
tanto l'adolescenza, ebbene
non ne avverto la mancanza.

Eppure non sono come voi
non sono come mi vuoi,
non son più lo sfogo umano
per la tua velocità di mano.

E più non sono uno di voi,
disconoscimi se vuoi
non sono più incatenato,
alla culla, dove sono nato.
martedì, ottobre 04, 2011

Monologo interiore, ricordi e dolore

Io non sono matto
perché so, che non
sono matto.
Eppure matto, è chi
di essere matto
non sa, e si vanta
di non esser matto.

Forse allora matto
sono, e allora non
capisco bene,
se ritenermi matto
oppure semplice
pupazzo abbandonato
nella cassapanca.

Baule dei balocchi,
meraviglie lucenti
perle opalescenti
aurora boreale gelida
questa aurea immensa
solitudine, intorno.

Annosa solitudine,
anni passati tessendo
vanamente riannodando
quei lembi di sorriso
che mi furono scuciti
da minacciose mani.

Le stesse mani che
indiscriminatamente
monivano, vietavano
corstringevano, urlando
all'eterno silenzio,
alla vera follia.

Follia firmata su
carta autunnale, sui
moduli, arancioni come
le foglie caduche, che
negli ultimi caldi
venti volteggiavano.

Ed anche io allora
potevo volteggiare, ma
solo nell'immago, giù
da undici piani dolorosi,
colmi di disattenzioni,
note d'un concerto perso.

Tutto il resto poi fu
storia, eterno sfiorare
limiti dell'umano essere
in un disperato richiamo,
nel voler strimpellare
le sei corde ormai afone.

Nel baule dei balocchi
andavan accantonandosi
voci, volti, paesaggi,
amori inconsapevoli, ed
i Natali passati solitari:
un mazzo di carte in mano.

Ricordi racchiusi nella
plastica di libretti
fotografici, lune passate
vado contando: undici,
da quel quattro ottobre,
inizio e fine d'un orrore.

Intanto nell'errare, tutto
il mondo continuava
indifferente, a crescere,
ed io stesso, costretto,
mi trovavo a rincorrere,
la mia ombra di vita.

Finché un giorno, ancora
gettato da una vitrea
boccia, nel mare della vita
decisi, che era tempo di
cambiare, ribellarmi.

Il baule dei balocchi,
divenne caverna aurifera,
tenebre e meraviglie,
ricordi sofferenti e dolori
condivisi, un soffio di luce,
che mai potrò scordare.

Finché un giorno decisi,
nell'abbandono generale, che
più non sarei stato matto,
impugnar la vita con le mani
senza paura di ferirsi.

E furono giorni di freddo,
fumo, fuliggine, fatica, calci
familiari indifferenze, tali
che mi spinsero su un treno,
spaurito, a non saper dove finire.

Per una volta, la stazione
prescelta, fu quella della vita.
Nell'incomprensione, diffidenza,
trascuratezza e opposizione,
splendeva su me il sorriso di Ganesh
lucente, saldo, vigoroso.

Fu così che iniziai a capire,
che forse matto io non sono,
né mai lo sono stato nel cuore,
è stata solo atrocità, sofferenza,
dolore, assurdo insensato dolore,
gli occhi spauriti d'una cavia...

Eppur i segni ora permangono:
quando soffri loro ti additano,
quando vivi ti diffidano,
quando t'ignorano, tu soffri.
Ed è una costante eterna e amara.

Il baule dei balocchi, ora
sembra tutto impolverato, segno
di un passato che non tornerà
ed io, seppur contento, costretto
indosso maschere aspre, acuminate,
tra i capelli, rame, si celano lame.

Io non sono matto
perché so, che non
sono matto.
Eppure matto, è chi
di essere matto
non sa, e si vanta
di non esser matto.

Ma io non sono più,
matto, solo mi sono
racchiuso, le spine
di riccio mi avvolgono,
come riccio di castagna
matta, che un autunno

tu raccogli, speranzoso,
di non prendere un malanno,
e t'infili nella tasca.

N.d.A: non potevo non scriverla, proprio oggi, proprio in questo momento.
Arriverà mai la piena luce?
Oppure resterò un riccio chiuso, spinoso, irto, destinato alla solitudine, che anni di abbandono hanno inevitabilmente indotto?

Se volete capirmi, dovete scavare.
Ciò che sembro, ciò che paio, potrei in realtà, semplicemente, non essere.
sabato, agosto 06, 2011

*** I... ***

Amore che si consumò
a passi strascicati
nella Città Incantata.
Spiandoti agli angoli
agli incroci, dietro
una porta, una colonna.

Ed ora come tizzone,
sulla paglia si ravviva
il ricordo, improvviso.

Ancora,
piange e tende le braccia,
al cielo,
l'albero, tra i tuoi dipinti.

Il suonatore
di chitarra, sta al posto
suo mirando
alla gialla luna indiana.

Attraverso i tuoi occhi,
attraverso i tuoi occhi,
pensavo di vedere io.
Azzurra cecità.

Ed ora, ancora come stupida
mosca, illusa, contro
il vetro, tento ancora di
richiamare te, libertà.
martedì, agosto 02, 2011

Previews dalla nuova trascrizione: Saggia Mente pt. 3: Sweet Temptation

Come ogni luna primavera ritorna:
sguardo di sole su i lobi gelati,

le chiare acque riprendono a fluire

tra i verdi muschi del cuor mio.



Tu, aurea immagine, sì dolce rivivere

grandine, fuoco ed oro frammisti,

un dolce desiderio nel quale ricadere:

profumata corte nel cuor mio chiusa.



Qui, pur in grigia spoglia camerata,

quella ch'io volli intorno a me chiudere

gaio, un caldo fuoco prende ardore,

quale crepitante compromesso vitale.



Entro queste tetre pareti imprigionanti,

che furon simbolo d'una vita inerziale:

ecco! Ora inizian a divenir opalescenti,

ialine, e le maglie delle catene s'aprono.



Sì, odo un spirito penetrar le graticole,

tu, dolce desiderio, musa aurea e bionda,

sangue mio diviene ancora caldo spirito:

tutt'intorno arancione, scioglie il ghiaccio.



Dolce desiderio, tentazione, luce, creatura

fiamma, d'elegante sinuosità, che danzi

intorno spandi luminescenza e interior pace,

mentre in un soffio di luce, ti ravvivi.



Ed ecco che, con le mani piene di vivo

coraggio, a te, dolce tentazione, m'appresto

e la camerata tetra pare tinta di rosso e oro,

ed io, finalmente, ancor amo e rinsavisco.



Infine mattino giunge, ed un azzurro cielo,

traspare ora tra le limpide mura, inconsistenti,

desto, nelle palpebre ancora biondo e ardore:
gioia d'un desiderio dolce che ora è mio.
martedì, giugno 14, 2011

Memorie di un Aprile lontano

Aprile,
ed ancor noi svernato non abbiamo
inverno seguita ad infierir l'aurora
le materne lanose calde coltri a 
proteggerci nelle ancor pungenti notti.

Neve,
s'ode ancor silente ricoprir i colli
perplessa riporta ne' i nostri cuori
quel timor che altro inverno, finale
più a noi lune non vorrà lasciare. 
Aprile, 
il sol irradia le sottili ragnatele 
d'aurei bachi, da calda seta, che 
tessono tra i gelsi, ancor esitanti
come le nostre dita ancor intirizzite.
Nero fumo, 
si leva dal camino della Curia, pare
anch'essa esitare, quasi immota nel
ricordo di Chi* fu, guida dello Spirito
mai più indietro tornerà, e noi tutti,

attendiamo. 

* Beato Giovanni Paolo II
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